Estratto da Su Filippo Marignoli, un mondo nuovo David Gothard Marignoli, un artista che ha saputo gestire brillantemente l’estetica dell’orizzontalità e della verticalità, merita il nostro elogio, in quanto è stato capace di affrontare il paesaggio ponendone l’orizzontalità e restituendone il minimalismo. Il dramma della sua comprensione della luce e l’idiosincratica prova del genio della sua tavolozza e della sua individualità sono degni di una cultura che sa fare i conti con la pittura medievale e anche con quella anteriore. In questo senso siamo davvero in presenza di una continuità con la grande tradizione italiana, quella umbra e toscana se si vuole, che è trasmessa da Pisanello e Giotto a Marignoli. I colori e i sistemi stanno tutti lì. La felicità di Marignoli sta nel fatto che il suo lavoro, nonostante un’apparenza edonistica, non è reazionario in alcuno dei suoi aspetti. Il salto creativo nel buio è sempre dietro l’angolo. L’avanzare del mondo di Beckett è possibile persino sotto cieli sereni, e tuttavia Marignoli trova delle aperture nel drammatica balzo di quelle linee verticali che negli anni settanta definiscono il suo lavoro. Ancora, il loro vibrare, il loro fremere sta anche nel controllo artistico, nel rigore dello stile. Ognuna è un salto emotivo, a volte più definito di altre. Esse vibrano profondamente e pongono questioni cromatiche e familiari misteri che drammatizzano ogni opera. E il dramma sta anche in tutto ciò che ci rimanda a quanto abbiamo perduto, restando ipnotizzati da quell’ovvio e da quel meccanismo mercantile che caratterizza il nostro tempo. Esse possiedono quel coraggio generoso, dal punto di vista spirituale, che ci conduce nel territorio di Constantin Brancusi, cioè verso quegli arcaici totem oltre i quali regna il salto nel buio. La bellezza delle superfici di Marignoli ha a che fare con l’individualità delle scelte cromatiche e con un sentimento di celebrazione. A partire dalla superficie e prima del salto c’è quel margine che ci conduce a Richard Serra, a Robert Morris e a Carl Andre. Il viaggio non finisce mai, e questo è il punto cruciale dell’arte internazionale. Esso ha dei punti di partenza e degli ancoraggi che il palinsesto dei secoli a volte apre o altrimenti chiude. Tale processo facilita la spiritualità e il mistero. Lo spettatore coinvolto, persino se in una prima fase è scettico, parte per un viaggio che va oltre la sua stessa esistenza individuale. Enrico Mascelloni (a cura di), Filippo Marignoli: Vertigo, Silvana Editoriale, Milano, 2010, pp. 20-27

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