Vertigo Enrico Mascelloni Vertigo è l’atto pittorico che trasforma lo spazio in un abisso; che costringe lo sguardo a misurarsi con la verticalità assoluta. È lo sguardo a inabissarsi, perché l’opera, come ogni opera pittorica, resta immobile. Filippo Marignoli, nei suoi ultimi lavori che si protraggono per quindici anni, riesce in un’impresa ambita da ogni artista “moderno”: inventare qualcosa mai vista prima. E come ogni artista degno di tal nome lo fa senza averlo programmato, recuperando gli stimoli del suo noviziato “informel” da Sargentini, le suggestioni dei suoi anni americani, le spigolosità analitiche che passavano attraverso le mostre della sua galleria parigina (Denise René). Filippo Marignoli si sposta, viaggia e costruisce isole di linguaggio abbastanza compatte. Questa mostra romana al Museo Carlo Bilotti si dispone su quattro “isole”: gli anni tra Roma e Spoleto all’insegna di una pittura di materia e di gesto; New York e Honolulu in cui fa i conti con la nuova arte americana; ancora Roma con una ricerca sul paesaggio appartata e lirica; infine Parigi dove crea i “Paesaggi verticali”, che in qualche caso diventano non meno abissali “Paesaggi orizzontali”. A nessuno sfuggiranno le coerenze di fondo che si trasportano in ogni isola come bagaglio ricorrente: soprattutto il Paesaggio non come genere ma come nodo ossessivo intorno al quale si snoda ogni linguaggio: il “far grande”, quasi un recupero della monumentalità pittorica italiana, che lo pone in sintonia con le superfici altrettanto estese dell’arte americana e che darà un carattere di spazio abissale anche ai “Paesaggi verticali” di dimensioni più ridotte. La vertigine ha a che fare con l’amore non meno che con l’arte: è lo sguardo che s’inabissa insieme al corpo, nello sguardo e nel corpo amato. Non a caso Hitchcock chiamò il film che ha avuto un ruolo nel titolo di questa mostra La donna che visse due volte. Enrico Mascelloni (a cura di), Filippo Marignoli: Vertigo, Silvana Editoriale, Milano, 2010, p.12

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