Filippo Marignoli. Irrequietezza. Mutamento. Coerenza. Michele Drascek Per inquadrare l’opera dell’artista Filippo Marignoli occorre prima di tutto comprendere il personaggio Filippo Marignoli. La sua biografia e la sua produzione artistica ci permettono di dedurre, senza categorizzare, tre caratteristiche fondamentali che sembrano contraddittorie e che hanno dato vita proprio per questo ad una carriera molto singolare: irrequietezza; mutamento; coerenza. L’irrequietezza di un personaggio cresciuto e formatosi fino alla fine degli anni Cinquanta in Umbria e a Roma, nel cuore di una tradizione culturale e, nello specifico, pittorica autorevole e secolare. Quindi Honolulu e subito dopo New York, proprio nel momento in cui è centro nevralgico delle tendenze della Pop Art. Dopo qualche anno, di nuovo in Italia, a Roma. Questa volta, però, è quasi un ritiro dalle scene. Anni di silenzio a cui segue un altro trasferimento negli anni Settanta che darà vita a una nuova intensa stagione di lavoro e di esposizioni: sceglie Parigi. Questa irrequietezza geografico-culturale è simpatetica rispetto alla curiosità intellettuale di Marignoli. Si percepisce, ad esempio, che l’attenzione al nuovo clima artistico americano, peraltro a priori stimolato dalle sue ricerche informali già con il Gruppo di Spoleto, è stata parte importante nella sua scelta di recarsi a New York. Il mutamento dell’espressione artistica è la conseguenza principale dell’irrequietezza di Marignoli. Ecco che i risultati della sua ricerca passano dal primato dell’informale del periodo spoletino degli anni Cinquanta sino alle opere che enfatizzano criteri di asettica composizione astratta del periodo parigino, a partire dagli anni Settanta. C’è quindi un percorso che dalla pittura dell’Informale Europeo arriva fino a risultati vicini al minimalismo, il tutto attraverso l’esperienza dell’Espressionismo Astratto. Irrequietezza e mutamento, dunque. Ma sotto il segno della coerenza. Coerenza che si manifesta col procedere su posizioni personali, anche e proprio dove si confronta con il nuovo a causa del suo cosmopolitismo accentuato. Filippo Marignoli, pur viaggiando e spostandosi, “costruisce isole di linguaggio abbastanza compatte” (Enrico Mascelloni). Non essendo poi per nessuna corrente, “deve per forza lottare contro le eccessive semplificazioni indotte da categorie generiche” (David Gothard), creando intorno a sé una interessante indipendenza dalle mode, anche durante - e forse tramite - i suoi ritiri dalla società. Filippo Marignoli è italiano e rimane un europeo. Esce da una storia famigliare molto antica, ma ciononostante non usa un vocabolario espressivo antico. Nelle sue opere non ci sono quei riferimenti antichizzanti che si trovano in molti pittori di passato aristocratico. è un moderno tout court. Riprende la pittura, la rivede in chiave contemporanea e già ai primordi della carriera artistica si parla di una sua “solidità pittorica” (Jole D’Arsiero). Raggiunge quindi quella “quintessence structurelle" (Pierre Restany) che rimarrà la cifra e l’eredità del suo lavoro. La quintessenza strutturale raggiunta da Marignoli all’apice della sua maturità artistica - soprattutto nei Paesaggi Verticali - è strumentale allo svuotamento di ogni significato predisposto dell’opera, per mantenere però aperti eventuali significati futuri. Quell’apertura è il dilemma che ci ha consegnato. Ed è la forza della sua opera pittorica, oggi. è il dilemma che ha attirato il panorama dell’arte durante l’ultima grande retrospettiva e che ha evidenziato quanto il numeroso pubblico è pronto ad accogliere l’irrequietezza, il mutamento e la coerenza nell’opera di Filippo Marignoli.

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